Un post che capiranno in pochi. Gli altri meritano che spenda almeno due parole prima di lasciarvi tutti al flusso di coscienza di Rob, protagonista di “Alta Fedeltà” di Nick Hornby, romanzo che sto letteralmente divorando in questi giorni.

Avevo un blog prima di questo, “Alla Ricerca del Piccolo Principe”, che aveva l’obiettivo di aiutarmi a tornare un giorno a sognare, a vedere le cose con un occhio diverso. Son passati due anni, mi pare, ed ora come ora mi ritrovo ad aver smesso di sognare di riprendere a sognare.

Nick Hornby, Alta Fedeltà – Capitolo 22 – Il compleanno di Rob

Immagino che, volendo, si potrebbe considerarla amarezza. Io non credo di essere amaro, ma certo sono deluso di me; pensavo a questo punto di meritare qualcosa di più, ma forse anche la delusione è un po’ a sproposito. Non è solo per il lavoro; così come non è solo per il fatto di avere trentacinque anni suonati e di non avere una donna, benché siano tutte cose che non aiutano. E’ che… oh, non so. Avete mai guardato una vostra foto di quando eravate ragazzini? O le foto d’infanzia della gente famosa? Secondo me sono immagini che possono intristire o rallegrare. C’è una foto stupenda di Paul McCartney da bambino, e la prima volta che l’ho vista mi ha messo addosso una certa allegria : tutto quel talento, tutti quei soldi, tutti quegli anni di serena vita famigliare, un matrimonio solido come una roccia e dei bambini deliziosi, e lui ancora non ne sapeva niente. Ma poi ci sono altre foto – quelle di JFK e quelle di tutte le rockstar morte e strippate, gente che è impazzita, gente che ha dato fuori di brutto, gente che ha ammazzato, che ha reso infelice se stessa e gli altri in modi troppo numerosi per elencarli – e pensi : Stop! Alt! Fermiamoci qui, che meglio di così non sarà mai!
Nell’ultimo paio d’anni, le fotografie di me da ragazzino, quelle che un tempo non volevo che le mie fidanzate vedessero… beh, hanno cominciato a farmi venire un certo pizzicorino. Non si tratta di vera e propria infelicità, è una specie di sommesso, profondo rammarico. Ce n’è una in cui ho un cappello da cowboy e punto il fucile verso l’obiettivo, cercando invano di sembrare un cowboy, adesso quasi non riesco a guardarla. Laura mi trovava dolce in quella foto (usava proprio quell’aggettivo! Dolce, il contrario di amaro!) e l’aveva attaccata in cucina, ma io l’ho rimessa in un cassetto. Continuo a provare l’impulso di scusarmi con quel piccoletto : << Mi spiace, ti ho abbandonato. Avrei dovuto aver cura di te, ma ho fallito: ho preso le decisioni sbagliate nei momenti sbagliati, e così tu sei diventato me>>.

Leggendo questo passaggio mi son stupito di ritrovare buona parte del mio pensiero, stampato su carta.

ich-einzig

,

La fantascienza made in Italy dovrebbe essere tenuta maggiormente in considerazione, così come non bisognerebbe mai smettere di lodare chi porta avanti la serie Urania perché da sempre si rivela un trampolino di lancio per gli autori nostrani (non ultimo Francesco Verso con il ficcante E-Doll).

Vittorio Catani mangia pane e sci-fi da sempre. I modelli a cui si ispira sono i grandissimi della fantascienza mondiale, e il suo “Il Quinto Principio” strizza abbondantemente l’occhio alla corrente Cyberpunk che tanto adoro, quindi non c’è da stupirsi se troverete questo mio commento un po’ troppo entusiastico.
Aggiungiamoci il fatto che il suo romanzo assume la forma del romanzo corale, tipologia narrativa che sto sperimentando attualmente e con grande interesse in Caravan di Michele Medda, e avrete il quadro di quello che per me se non è un gran bel libro, poco ci manca.

Le tematiche affrontate da Catani sono le più disparate, comuni e meno comuni al genere cyberpunk che, preciso, non penso possa essere preso come unico genere di riferimento per “Il Quinto Principio”. Si parla di un enorme divario sociale, per il quale troveremo l’èlite della terra riunita a Diaspar, la Città Grande, decidere di risolvere il problema della sovrappopolazione della Terra in modo “drastico”. Si mostra una deriva del pensiero comune verso il materialismo ai suoi massimi estremi, grazie al quale sarebbe possibile calcolare l’intero valore della terra, albero per albero, filo d’erba per filo d’erba, e per il quale addirittura ogni essere umano sarebbe in grado di emettere dei propri BOND personali per ricavarne denaro per gli acquisti.

Gli elementi più affini al cyberpunk li ritroviamo naturalmente nella possibilità di plasmare a piacimento il proprio corpo, e soprattutto nella rete delle PEM (Protesi Elettronica Mentale), che permette ad ogni individuo di mettersi in comunicazione con chiunque tramite veri e propri “indirizzi PEM”, ma che non impedisce ad esempio alle multinazionali di piazzare dei veri e propri virus mentali chiamati “stimultran”, che invitano l’utente ad acquistare i loro prodotti.

Tutto questo condito dalle stranezze prodotte dagli inspiegabili EE (Eventi Eccezionali), che causano stravolgimenti incredibili sul nostro pianeta (ve ne cito un paio : un’intera porzione d’Africa che crolla su stessa, la comparsa improvvisa di una copia fisica e tangibile della nostra Luna) e della scoperta del misterioso Mondo B, una dimensione parallela in cui chi si trasferisce abbandona la sua dimensione corporea per raggiungere una più complessa dimensione emozionale.

L’idea che più mi ha colpito all’interno della narrazione è quella delle gestalt, delle vere e proprie reti neurali gestite tramite PEM ed inaccessibili dall’esterno, i cui componenti aprono la loro mente a tal punto da diventare una singola unità senziente ed emozionalmente cosciente, in grado di agire verso l’esterno in modi anche deleteri. All’interno della narrazione, ad esempio, vedremo in azione una gestalt formata da un nutrito gruppo di sovversivi indurre la produzione di nitroglicerina all’interno degli organismi di alcuni obiettivi umani prestabiliti, con le conseguenze che potrete immaginare.

“Il Quinto Principio” fornisce veramente una quantità di spunti tali, sia a livello di contenuti che di “mera” estetica della fantascienza, che se ne potrebbe tranquillamente scrivere un libro (e sicuramente ne trarrò ispirazione per mie eventuali pubblicazioni future).
In questo articolo mi sono limitato a buttar giù qualche considerazione, nella speranza che queste possano stimolarvi nell’intraprenderne la lettura.

Che dire, il mio primo libro del 2010 è stato una bellissima sorpresa.
Continuando su questa strada mi si prospetta un ottimo 2010 letterario.

Nota a margine : mi devo informare su cosa di meritevole la fantascienza italiana ha prodotto dall’anno 0 ai giorni nostri

Valutazione :

Buona lettura,
ich-einzig

, , , ,
In questi giorni è stata pubblicata su Nanoda la mia recensione del manga Noise, opera del mangaka-architetto Tsutsomu Nihei e importante prequel per la serie fantascientifica-horror Blame!

E’ un’opera che mi sento di consigliare anche a voi, sopratutto accoppiata con una buona lettura di Blame!

Ci tengo a ringraziare la redazione di Nanoda per la possibilità che mi è stata offerta di far conoscere un’opera che mi sta molto a cuore ad un pubblico così ampio di appassionati del fumetto made in Japan, e sono contento di avere avuto la possibilità di farlo attraverso un progetto di altissimo livello quale è Nanoda.

Inoltre ci tengo a sottolineare che devo la mia collaborazione con Nanoda alla gentilezza dello stimatissimo Dark Diamond che ancora si ostina con perseveranza inumana a non mandarmi a quel paese…

Visitate il suo blog, ci sono diversi progetti interessanti in corso di sviluppo.

Link alla recensione : http://www.nanoda.com/it/recensioni/manga/n/noise.html

Link al blog del Dark Diamond : http://darkemperor.splinder.com/

http://www.nanoda.com/it/recensioni/manga/n/noise.html
, ,

Benvenute nel 2010, oscure entità che si aggirano silenziose (troppo silenziose) per questo laboratorio.

Con l’arrivo del nuovo anno, il blog compie i suoi primi due mesi di vita. Troppo poco è stato fatto e moltissimo ancora c’è da lavorare per arrivare ad avere un blog degno di questo nome, per cui eviterei di trarre un bilancio basato sul periodo passato, ma propenderei molto più volentieri per spendere due parole sul futuro.

Innanzitutto, da oggi il blog può vantare un nuovo pezzo d’arredamento : un’elegante libreria in legno concessa gentilmente da aNobii e collegata direttamente al mio profilo personale su quel social network, in cui troverete quattro delle ultime opere che ho avuto modo di leggere oppure sono attualmente in lettura.

Nel 2010 continuerà sicuramente la mia campagna di divulgazione della serie USA by DC Comics Hellblazer, troppo poco conosciuta e apprezzata nel nostro paese rispetto al valore artistico che porta con sè.
Inoltre ho raccolto e sto raccogliendo diverso materiale per scrivere un paio d’articoli che mi aiutino a ricordare ciò che ho letto, visto e ascoltato nel 2009, sperando che in questo modo riesca ad assorbire ciò che di utile mi ha portato l’anno passato.

Quest’anno poi terminerà la serie Caravan della Bonelli, e non vedo l’ora di poter trarre un bilancio su ciò che può significare questo interessante esperimento (sul quale ancora non mi sbilancio) per il fumetto italiano a venire.

Ho sicuramente in programma di stilare una mega-recensione sulla mitica “trilogia dei futuri” per Nathan Never di Antonio Serra, e sono ansiosissimo di ricevere e poter leggere il malatissimo Incubi di Michele Penco. Continua poi l’esperimento messo in atto dal blog Rusty Dogs, che prima della fine del 2009  è riusciuto a pubblicare altre due meritevoli mini-storie che vi invito naturalmente a visionare : Prima che Dio fosse amore e Revolving rules, disegnate rispettivamente da Werther Dell’Edera (John Doe, Punisher War Journal, House of Mistery, Dark Entries) e Claudio Stassi (Brancaccio – Storie di Mafia quotidiana, John Doe).

Ci sarà molta Italia, quindi, nel Ricordi in Formaldeide di quest’anno.

Stay Tuned

, , , , ,

What if?
Cosa sarebbe successo se Johnatan Blow non avesse deciso di lanciarsi, da indipendente, nello sviluppo di un videogame del genere dei Puzzle Game, fortemente incentrato sul controllo dello scorrere degli eventi e dal mood profondamente malinconico, oppure se David Hellman avesse deciso di non supportare questo videogame con il suo senso artistico e l’onirismo dei suoi disegni, o peggio ancora se la Magnatune non avesse prestato al progetto alcuni dei suoi più interessanti musicisti, oppure infine la Microsoft non avesse distribuito, nell’agosto 2008, il risultato degli sforzi congiunti di questi ultimi sul suo Live Arcade?
Cosa succederebbe se scopriste se ciò che avete letto fin ora in quest’articolo non fosse altro che un subdolo tentativo di farvi capire quanto l’incertezza e allo stesso tempo l’inevitabilità, quanto la possibilità di controllare il tempo e allo stesso tempo di lasciarlo andare per la sua strada, siano elementi fondamentali di questo Braid, che se non fosse per Blow, Hellman e la Magnatune, nemmeno esisterebbe?

Cosa pensereste di me se vi rendeste conto che tutto questo non fosse altro che un’introduzione a Braid?
Ditemelo voi, non ho il coraggio di chiedermi cosa succederebbe se in questo momento voi decideste di cliccare quella X in alto a destra.

Tim


immagini prese dal sito di David Hellman

“Tim è alla ricerca della Principessa, rapita da un mostro orribile e malvagio.
Questo è successo perché Tim ha commesso un errore.”

Tutto inizia quindi a causa di un errore.
Solamente a partire da questo breve scorcio di narrazione, riusciamo a capire quale sarà lo scopo del viaggio di Tim, e quale sarà il principale pericolo da affrontare.
L’accesso ai diversi mondi di gioco che costituiscono Braid è rappresentato dalle diverse stanze della casa di Tim. La prima cosa che non possiamo fare a meno di notare è che il primo mondo che ci viene proposto è il “Mondo 2″, ma se siete arrivati indenni fino a questo punto della lettura dell’articolo, il fatto non dovrebbe rivelarsi più di tanto come una sorpresa.

La nostra recherche sembra permeata dal più vivo ottimismo, Tim mantiene un’espressione serena, l’ambiente circostante è composto da pianure verdeggianti e gli enigmi ci appaiono intuitivi e facilmente risolvibili. Fra un mondo e l’altro vengono approfondite le tematiche centrali di Braid : il rapporto causa-effetto, la capacità di trarre ciò che di positivo si nasconde dietro i nostri errori, ma anche un profondo senso di malinconia legato all’inevitabilità degli eventi. Tutte queste tematiche vengono trasposte con maestria nel gameplay. L’idea più rappresentativa, a mio parere, è quella di dotare il personaggio, in un particolare mondo di gioco, della possibilità di rivedere le proprie mosse passate servendosi di un’ombra immaginaria ma attiva rispetto al mondo di gioco. Cosa succederebbe se potessimo rivivere in modo nitido, da una prospettiva esterna e imparziale gli accadimenti che riguardano il nostro passato?

Ripercorreremmo la stessa strada oppure prenderemmo delle decisioni diverse?

Con il proseguo del gioco, iniziamo a capire che un qualcosa di oscuro e inaspettato si nasconde dietro il viaggio di Tim. Le pianure verdeggianti lasciano il posto a città divorate da incendi, le musiche di sottofondo diventano disturbanti, malate. Il malessere è tangibile, ma riappacificarsi con la nostra principessa è l’unica cosa che ha importanza, e una volta completati i mondi di gioco corrispondenti ai piani inferiori dell’abitazione di Tim, possiamo finalmente accedere alla soffitta e al misterioso “Mondo 1″.
Qui avremo modo di assistere e partecipare ad uno dei più bei finali della storia dei videogiochi.

*Attenzione spoiler!*
Ritroveremo la principessa, prigioniera di un imponente guerriero in armatura medievale, senza avere alcuna possibilità di raggiungerla. Ma incredibilmente lei riuscirà a sfuggirgli, e noi, dalla nostra posizione, dovremo seguirla ed aiutarla a superare gli ostacoli che di volta in volta incontrerà sul suo cammino, abbassando barriere, aprendo nuovi passaggi (e lei, ancora innamorata, farà lo stesso per noi), il tutto per permetterle di raggiungere un nascondiglio sicuro in cui potrà finalmente tornare ad essere serena, ma soprattutto potrà tornare ad essere con noi.
Ci arrampichiamo quindi fino a questo nascondiglio, con fatica, ci avviciniamo alla nostra amata, quando all’improvviso, un flash. Troviamo lei distesa sul letto, non riusciamo ad avvicinarla perchè una finestra chiusa ce lo impedisce. Improvvisamente lei si sveglia e inizia a correre verso il punto da cui era fuggita, noi non potremo fare a meno di seguirla anche questa volta ripercorrendo i medesimi passaggi dell fuga, solo all’indietro. E questo purtroppo ci rivelerà la verità su quel che successe quel giorno, sull’errore di Tim.
Senza aver possibilità di intervenire, vedremo il nostro Tim tentare in ogni modo di impedire la fuga della principessa (che in realtà sta fuggendo da lui), e la vedremo fare di tutto per impedirci di raggiungerla e per riuscire a raggiungere il guerriero in armatura che la porterà via con sè. Poi, un’esplosione.

Tim, un guerriero in armatura, la Principessa, un’esplosione.
Io la butto lì : ma se Tim fosse in realtà uno scienziato, se tutta questa pippona mentale sull’andare avanti e indietro nel tempo non fosse altro che un’allegoria del processo scientifico che portò alla scoperta dell’energia nucleare, e se tutto questo struggimento sull’inevitabilità, sulla necessità di accettare i propri errori per diventare più saggi e non sbagliare più, non fosse altro che il rimorso sulle conseguenze di quella scoperta? E se addirittura la principessa stessa fosse la bomba atomica?

…….. Naaaaaaaa!
“Now we are all sons of bitches”Kenneth Bainbridge
*Fine spoiler*

“Tim e la Principessa passeggiano nel giardino del castello.
Ridono insieme, inventando nomi per gli uccelli colorati.
Gli errori dell’uno sono nascosti all’altro, al sicuro tra le pieghe del tempo.”

Braid su Wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/Braid

Valutazione :

L’unico difetto di questo gioco sta nella durata estremamente ridotta.
Ma non tralascerei il fatto che influisce molto negativamente sulla salute psicofisica dei giocatori…

ich-einzig

, , , ,
Lui ha capito.

Soggetto/Sceneggiatura : Non ci è dato saperlo.
Sappiamo che sono in due, e che sono pericolosi.

MS Paint : Uno dei due,
occasionalmente l’altro dei due,
occasionalmente fan art

Pubblicato da/in : Lui ha capito, il blog. (settembre – novembre 2009)

Valutazione : Inestimabile

Cari miei numerosissimi e silenziosissimi lettori, è giunto il momento di cambiare decisamente rotta.
Basta parlare di stronzate! Credete che non sappia che non importi a nessuno di leggere riassunti che parlano di uno stregone frichettone, di un ricchione in costume (e sì! Lasciatemelo dire, io quella notte avrei scelto Debbie e al diavolo il mondo!!), e di un paio di orfanelli giapponesi e sfigati?
E’ giunto il momento di parlare di arte, di parlare quindi di Mapri, colui che… Ha capito.

Cosa c’è da capire, vi chiederete. Signori miei, c’è da capire come va il mondo del fumetto internazionale, ma non solo! E chi meglio del Mapri può illuminarci la via?
Inizio col dire che, in esclusiva interdimensionale, Ricordi in Formaldeide rivelerà allo mondo l’identità che si cela dietro allo pseudonimo Mapri, un segreto talmente oscuro che non vorreste mai sollevare il velo che vi separa dalla verità delle cose. Scoprirete tutto al termine dell’articolo!

Mapri non sarebbe altrimenti definibile se non come un supponente occhialuto, custode estremo del sapere in ogni sua forma : maestro del fumetto e critico di altissimo livello, cantante di fama internazionale, supereroe, detective e tanto tanto altro ancora..

Personaggi di questo tipo sono talmente superiori alla media da essere spesso oggetto di invidie, e la loro superiorità rende loro difficile relazionarsi con gli altri. Lui ha capito, infatti, mette in scena pochi personaggi, tutti estremamente caratterizzati e strettamente funzionali al proseguo della vicenda, che vedrà Mapri, al massimo del suo splendore, intraprendere una pericolosa parabola discendente, dalla quale saprà però rialzarsi per diventare più forte, bravo, bello, intelligente di prima, come ogni supereroe che si rispetti.
Ma andiamo con ordine…

Nonostante tutto, anche un Mapri può trovare un essere superiore, che non poteva esser altri che IDDIO, personaggio monoespressivo ma assolutamente incisivo, dio del fumetto e trombeur de femmes.
Insieme all’adorazione per IDDIO, la vita di Mapri si riempie anche dell’amore per la fata “poco -ina” Lusca, amore che sarà causa dell’iniziale declino artistico del protagonista, il quale sentirà il bisogno di sperimentare altre vie per raggiungere la tanta agognata serenità.

Un furibondo litigio con Lusca (in cui, ci tengo a sottolineare, Mapri aveva ragione) obbliga Mapri a passare le sue giornate in compagnia di IDDIO. Mapri, ispirato dal nostrano “Amici” di Maria de Filippi, è intenzionato a vincere il famosissimo Tomodachi servendosi delle sue ineguagliate ed ineguagliabili doti di ballerino e cantante, ma i suoi sogni vengono presi a calci nel sedere nel bel mezzo della competizione, e Mapri viene definitivamente sconfitto. Si conclude quindi così definitivamente la sua avventura, ancora prima di cominciare, se non fosse che, grazie ad un vero e proprio deus ex machina, anzi, un dei ex machina (sperando di ricordare ancora qualcosa di latino..), la speranza può tornare ad accendersi grazie all’intervento di IDDIO e della fata Lusca, chiamata da quest’ultimo per rinfrancare Mapri dopo la batosta subita.

Il tempo passato in compagnia di IDDIO, però, rende difficile la rinascita dell’amore per Lusca, e il nostro Mapri è profondamente indeciso su chi dei due sia più meritevole del suo amore. Deciderà quindi di dividere equamente il tempo passato con Lusca e IDDIO, i quali lo aiuteranno nel suo “”lavoro”" di fumettista, in particolare nel non rispetto delle consegne imposte dall’editore.
La brutta figura con quest’ultimo getta Mapri nella disperazione che lo costringerà a fuggire lontano da tutti, nel deserto, un’esperienza forgiante che gli permetterà di tornare al viver civile più forte che mai, e di intraprendere una fortunata carriera di detective che culminerà con l’arresto del pericolosissimo preservativo parlante. L’euforia per questo successo lo spinge al ritorno fra i suoi amici/amanti Lusca e IDDIO, il quale lo accoglieranno con caloroso affetto, una da davanti, l’altro da dietro, episodio che coincide con il climax narrativo di Lui ha capito, e vera chiave di volta della vicenda.

Finisce così l’avventura di Mapri, con il trionfo dell’amore e la ritrovata sicurezza nei suoi mezzi.
La morale è quindi : dopo tutte queste vicissitudini, lui avrà capito di essere un coglione, sbeffeggiato da mezzo mondo? Ovviamente no.

Il grande pregio di quest’opera è la sua natura allegorica. Ogni personaggio ne nasconde tanti, tutti più o meno stereotipi della realtà e/o di sè stessi. Mapri rappresenta la mancanza di umiltà, la bimbominkiaggine, la convinzione (che è dei nostri tempi) che buttandosi a capofitto nelle proprie passioni, ed essendo forti solo di quelle, ogni risultato diventa possibile. Come se non bastasse un Mapri non si limita a tentare di seguire ciecamente quel che la sua mente bacata gli suggerisce, ma trova anche il tempo di spalare merda sugli altri, che generalmente sono più cauti e meno propensi a scrivere / disegnare stronzate come un manga su Berlusconi o su Anna Tatangelo. Qualsiasi stronzata, purchè ci si metta in mostra.

Il risultato è che autori di nicchia come il notissimo disegnatore Sergio Bonelli (cit.), ne risultano umiliati.

Immagino che ora vorreste sapere chi si nasconde dietro Mapri..
Beh, ve l’ho appena detto : P

“Ouji ripigliati!”Lui ha capito, il blog.

ich-einzig

, , , ,
Importante novità per il panorama fumettistico italiano!
Apre Rusty Dogs, il blog di riferimento per la scena noir italiana.
E non è tutto!

Emiliano Longobardi, ideatore dell’iniziativa e sceneggiatore delle storie, si è premurato di contattare, ad uno ad uno, diversi disegnatori professionisti del fumetto nostrano. Vi cito, e ci tengo a precisare che nomino questi perchè sono quelli che conosco artisticamente, alcuni dei nomi che stanno dietro al noir made in Italy di Rusty Dogs : Antonello Becciu, Michele Benevento (per l’attualissima serie Caravan) e Carmine Di Giandomenico (a livello internazionale con Magneto : Testament, ad esempio). Da segnalare un nutrito gruppo di artisti che han lavorato su John Doe.

Giusto ieri sono state pubblicate le prime quattro tavole, sceneggiate da Emiliano Longobardi stesso e disegnate da Andrea del Campo (John Doe #55, Valter Buio), per una short story intitolata : Next door to paradise.

Secondo me si tratta di un’iniziativa da non perdere sia a livello contenutistico che per quello che può significare per il fumetto italiano tout-court.

Il link : http://rusty-dogs.blogspot.com/

ich-einzig

, ,

Inauguriamo oggi una delle categorie portanti di questo blog, e cioè quella che conterrà gli articoli dedicati alla serie più interessante fra quelle che mi è capitato di leggere quest’anno.

Le origini

La nascita del personaggio di John Constantine e della sua serie Hellblazer è davvero singolare, in primo luogo perchè John è un personaggio secondario ideato da Alan Moore per la mitica serie Swamp Thing, secondariamente perchè la serie originariamente avrebbe dovuto chiamarsi Hellraiser, idea che venne abbandonata perchè la sua uscita sarebbe stata concomitante con l’omonimo famosissimo film.
Sempre curiosa e strana è la genesi fisionomica del personaggio, ideato così come lo vediamo nella serie per specifica richiesta di Stephen Bissette e John Totleben (che ai tempi collaboravano con Moore su Swamp Thing), entrambi fan dei Police, e che per questo volevano che il personaggio somigliasse al cantante Sting.

La pubblicazione

La serie iniziò la sua pubblicazione negli USA nel gennaio del 1988, e fù affidata alla penna di Jamie Delano, esponente di spicco della così detta British Invasion, che diede per primo una caratterizzazione forte e riconoscibile al personaggio : uno stregone amorale in trench con il vizio del fumo e diverse anime di amici ed amanti sulla coscienza.

Delano più di tutti sentì il bisogno di inserire nella serie tematiche politiche a lui contemporanee (“…generally I was interested in commenting on 1980s Britain. That was where I was living, it was shit, and I wanted to tell everybody.), elemento che a mio modo di vedere impreziosisce ulteriormente le prime uscite di Hellblazer.

Hellblazer #1 – link su Planeta de Agostini

Ricordi in Formaldeide vuole raccontarvi e consigliarvi Hellblazer seguendo l’attuale pubblicazione italiana a carico della Planeta de Agostini, arrivata (ad oggi) al numero 13, corrispondente al numero 49 della serie americana, ancora in corso di pubblicazione.

Hunger – Fame
Sceneggiatura :Jamie Delano
Disegni :John Ridgway
Valutazione :

Non passano neanche tre pagine e non si può fare a meno di notare due elementi distintivi e caratteristici dell’Hellblazer made by Delano – Ridgway: la pioggia di didascalie di Delano e la sua verbosità maniacale, la griglia assolutamente irregolare e caratteristica di Ridgway. Didascalia dopo didascalia, frase dopo frase, parola dopo parola, veniamo introdotti con maestria all’inizio della storia. Ridgway ci mostra un uomo piuttosto in carne vagare nervosamente per le strade del Greenwich Village (non vi ricorda niente? Leggete due articoli fà!), Manhattan, New York. Non si capisce bene perchè, fra le vignette di queste prime tavole, si intrufolano delle mosche ripugnanti, che ci accompagneranno per tutta la vicenda. Il grassone arriva trafelato in un ristorante. Lì prende posto e inizia a mangiare, mangiare, mangiare, fino a che, sbavando, non si trova ad ingurgitare avidamente la tovaglia del suo tavolo per poi buttarsi a terra e fiondarsi, famelico e ringhiante, sulle gambe di una terrorizzata cliente. Tutto questo avviene mentre il suo corpo continua a prosciugarsi orribilmente, fino alla morte.

A Londra, John Constantine rientra nel suo appartamento per trovare una sgradita sopresa nella vasca da bagno : il suo vecchio amico eroinomane Gaz, alle prese con uno sciame d’insetti che ricopre con indifferenza l’intera superficie del suo corpo (il tutto rappresentato in una delle tavole più belle di Ridgway su Hellblazer). Una volta scacciati gli insetti, Gaz racconterà, sotto ipnosi, di essere stato in Marocco e di aver compiuto un rito per imprigionare Mnemoth, lo spirito della fame, che si era impossessato del gracile corpo di un bambino del posto. L’operazione riesce con la conseguente morte del corpo “ospite”, ma il demone ben presto si libera, ed ha così l’occasione di tornare ad infestare il mondo con la sua presenza. John parte per il Sudan per incontrare un vecchio sciamano africano (che lo riconoscerà come il “mago ridente” che una volta gli è apparso in sogno) il quale, grazie all’aiuto di sostanze allucinogene, gli permetterà di apprendere il rituale per imprigionare nuovamente il demone. Sì, ma dove?

Il nostro protagonista si reca quindi a New York assieme a Gaz. I due andranno a trovare lo stregone chiamato Papa Midnite nel suo leggendario ed esclusivo club privato a base di sexy show e lotte all’ultimo sangue fra zombi senza cervello. Quest’ultimo aveva precedentemente avvisato John delle strane morti che si stavano susseguendo a New York.  Al termine dell’incontro fra i tre, Gaz rimarrà “ospite” dello stregone con la promessa di potersi fare di eroina, mentre John si incamminerà tristemente verso un luogo del suo passato, l’appartamento di Emma, sua ex-amante morta uccisa, e che ora accompagna Constantine sotto forma di un fantasma fastidioso.  John ed Emma passeggiano per New York fino ad arrivare all’ingresso di una chiesa, posto in cui il nostro “eroe” farà il suo primo incontro con Mnemoth, manifestatosi sotto forma di uno sciame di mosche che a loro volta formano un moscone gigante, e colto nell’atto di divorare un prete. John tenta di intervenire ma ha troppa paura del demone e sa che quello scontro gli sarà fatale. La voce di Emma lo libera dalla sua immobilità permettendogli di fuggire, mentre il prete non ha scampo alcuno. Significativo per il personaggio il commento durante la fuga : “Scappo! Peggio per il prete. Dalla porta, lo vedo cadere. Che cosa patetica, come agita la croce.”

Si arriva quindi al triste epilogo, in cui John Constantine e Papa Midnite compiranno il rito per imprigionare Mnemoth sul tetto di un grattacielo, utilizzando come corpo ospitante proprio il corpo del povero Gaz, che morirà divorato dal demone, dopo aver ricevuto da John la sua ultima dose di eroina, per garantirgli un trapasso meno doloroso. Un Constantine ubriaco e distrutto per aver condannato a morte il suo amico, lascerà il palazzo di Papa Midnite, il resto lo lascio descrivere a Delano :

“Voglio andarmene via di qua. Ho bisogno di mettere un oceano tra il sottoscritto e Papa Midnite… e Gary Lester (Gaz ndr). Attorno a me, il mondo turbina e prosegue la sua ridicola vita. Non si rende neanche conto di quanto mi deve. Gesù, parlo come un coglione. Come un coglione solo e paranoico. La vista di Emma dall’altra parte della strada mi fà battere forte il cuore. Faccio per andarla a salutare, ma lei non sta guardando me. Potevo anche indovinarlo (a questo punto si vede il fantasma di Gaz dirigersi verso Emma e gli altri fantasmi. ndr). Stringo la mascella finchè non mi fanno male i denti. Fanculo. Sono solo fantasmi del cazzo. Ma chi li vuole?”

Una chiusura veramente geniale, che da sola racchiude tutti i temi portanti delle vicende che vedono John Constantine come protagonista, e spiegano perfettamente parte della psicologia controversa di questo personaggio meraviglioso.

Vi posso assicurare che un riassunto come il mio non potrà mai rendere appieno la bravura con cui la vicenda viene narrata e mostrata da Delano e Ridgway. Una bellissima introduzione per un magnifico personaggio.

Going for it – Mirare al successo
Sceneggiatura :Jamie Delano
Disegni :John Ridgway
Valutazione :

La narrazione impegnata e profonda di Hunger, lascia spazio ad un secondo e più breve racconto dal tono decisamente più leggero, ma assolutamente di valore per le tematiche e per l’ironia con cui queste vengono affrontate. C’è di mezzo l’argomento politico tanto caro a Delano.
Lo sfondo della vicenda, infatti, è il giorno delle elezioni politiche inglesi, con la probabile riconferma dei conservatori della Tatcher, personaggio tanto “simpatico” a Delano quanto lo fù per Moore e Lloyd (e mi rifererisco a V per Vendetta).

Questo racconto introduce un nuovo personaggio della continuity di Hellblazer : Ray, “un egocentrico finocchio”, che dirigendo un’agenzia di rassegne stampa dedicate agli articoli più curiosi, si rivela essere la fonte principale d’informazioni sulla quale John si basa per le sue indagini. In particolare, la morte di un uomo d’affari che ultimamente non se la passava troppo bene, diventa il punto d’inizio della nostra storia.

Assistiamo quindi ad un’insolita riunione d’affari organizzata, non ci crederete, “nel quartiere finanziario dell’Inferno”. Un capannello di ambiziosi demoni minori in doppio petto è riunito attorno al corpulento demone maggiore Blathoxi, “un gigante della finanza”. La discussione verte sull’opportunità di compiere determinate operazioni finanziarie sulla Terra, con le anime dei suoi abitanti, per ricavarne un significativo utile economico.

Nel frattempo John pedina un paio di yuppie sospetti e li segue in un wine bar d’alta classe, che si rivelerà presto essere un covo di demoni sotto spoglie umane. Seguirà una fuga precipitosa dal locale e un rocambolesco ritorno a casa per il nostro “eroe”, intenzionato però a ripartire alla carica grazie ad un rituale occulto con il quale evocherà il demone Blathoxi, o meglio, il suo maggiordomo personale, che lo condurrà dal suo padrone. Constantine imbroglierà il demone facendogli credere che sarà la sinistra a vincere le elezioni, e quest’ultimo ordina a tutti i suoi agenti di abbandonare la causa conservatrice per “passare ai cattolici e ai musulmani”.

Al suo ritorno nel nostro piano spirituale però, John troverà gli yuppie demoniaci ad aspettarlo. Questi lo cattureranno e lo appenderanno a testa in giù, in attesa di brindare col suo sangue alla loro nuova fortuna economica. L’esito elettorale a favore dei conservatori manderà Blathoxi su tutte le furie, che richiamerà all’Inferno i suoi demoni prima che questi possano uccidere Constantine, e giurerà a quest’ultimo tremenda vendetta. Il nostro protagonista rimane quindi appeso a testa in giù nel suo appartamento, incapace di liberarsi, e costretto a sorbirsi tutto il notiziario post-elettorale.

“Smetto di trattenere il respiro. Non ci credo nuppure. Altro che febbre elettorale. Questo sì che è stato un azzardo. Non esistono puntate più alte, nè probabilità più scarse. E ho vinto. Li ho messi tutti fuori gioco.
Ma poi ricordo che sto appeso a testa in giù, di fronte alla tv che trasmetterà notizie elettorali fino all’alba. Come dicevo, più di una strada porta all’Inferno.”

, , , , , , , , , ,
  Tekkonkinkreet : Soli contro Tutti

  Diretto da : Michael Arias (Animatrix)

  Tratto da : Tekkonkinkreet, il manga, di Taiyo Matsumoto

  Animazioni : Studio 4°C (Memories, Spriggan, Animatrix)

  Pubblicazione italiana : 2008, Sony Pictures (distribuzione in DVD)

  Valutazione :

Clicca sull’immagine per ingrandire

Solitamente, per non dire sempre, non mi piace arrivare impreparato alla fruizione di una qualsivoglia opera d’ingegno. Mi piace documentarmi, sentire i pareri che meritano di essere sentiti e ascoltare le opinioni di chi, secondo me, merita di essere ascoltato. Le regole però sono fatte per ammettere eccezioni, e Tekkonkinkreet rappresenta sicuramente una di queste. Consigliato di sfuggita da una persona appassionata di manga ed anime, questo lungometraggio ha trascorso molto tempo sulla mia scrivania, aspettando il pomeriggio di questo piovoso sabato milanese per venire alla luce, e aiutarmi a trascorrere un paio d’orette di piacere.

“Pronto? Pronto? Qui Giappone, pianeta Terra. Agente Bianco a rapporto. Pronto? Pronto? Qui agente Bianco. Questo è un pianeta in pace. L’agente Bianco difende la pace e combatte i cattivi. Ovunque siano. Passo e chiudo.”

Bianco

Queste parole fanciullesche seguono un breve prologo che ha la funzione di farci intravvedere i protagonisti della vicenda, e di introdurci, senza troppe rivelazioni, quale sarà il leit motiv del racconto : la natura apparente, la natura interiore, l’interazione fra questi mondi e fra le persone.

Nero (Kuro) e Bianco (Shiro), i “Gatti”, due fratelli orfani che scorazzano per l’immaginaria Città Tesoro come se fosse un parco giochi. La loro città, la chiamano. Si capisce fin dalle prime battute del film che i loro nomi hanno un significato nascosto, molto meno scontato di quanto possa sembrare. La lotta fra bande, le violenze, le ruberie, Bianco prende tutto per gioco e sogna di utilizzare il denaro raccolto durante le scorribande dei “Gatti” per comprare una casa al mare dove andare a vivere col fratello, mentre Nero sembra tenere molto alla supremazia della sua banda a Città Tesoro, ed è più partecipe ai cambiamenti che porteranno allo stravolgimento del suo dominio.

Il ritorno del Topo (altro nome non affibiato per caso), anziano ed esperto agente della Yakuza, mischia le carte in tavola a Città Tesoro. L’organizzazione mafiosa mira a riprendere il controllo del territorio, e per raggiungere l’obiettivo tenta di assicurarsi, con le buone o con le cattive, la collaborazione delle piccole bande della città, come ad esempio gli strambissimi Apaches. Questo porta allo scontro fra Nero e gli Yakuza, che si vedono sconfitti e costretti ad accettare la presenza dei “Gatti” a Città Tesoro. Nel frattempo la leggenda del misterioso Minotauro prende piede fra le strade strette e buie della città.

La vera svolta però la si ha con l’arrivo del Serpente, uno strano ed inquietante criminale che si offre di rilanciare economicamente la Yakuza, trasformando Città Tesoro attraverso la costruzione di un imponente parco divertimenti patrocinato dalla criminalità organizzata del posto.

Il Topo, legato alla tradizione e sentimentalmente legato alla sua “vecchia” città, si defila, e il progetto di ristrutturazione ha inizio. Il Serpente è deciso a sbarazzarsi dei “Gatti”, gli unici che potrebbero mettergli i bastoni fra le ruote, e per farlo si avvale di un trio di assassini che hanno sembianze e poteri tutt’altro che umani, rivelando così la natura mistica e più inquietante del suo personaggio. Nero si vede quindi costretto a consegnare Bianco alla polizia, in modo da tener  fuori il fratello dal pericolo costituito da questi sicari. La separazione dal fratello però opera una profonda trasformazione in Nero, che diventa sempre più violento e meno lucido. Il suo malessere diventa terreno fertile per l’intervento improvviso del Minotauro, che si scopre non essere altro che la malvagità che si nasconde nel ragazzo e che, grazie alla mancanza di Bianco (e qui la metafora è abbastanza prosaica più che poetica), sta per prendere il sopravvento su di lui.

Inizia quindi una sequenza magnifica sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista puramente visivo, a rappresentare le lusinghe del Minotauro verso Nero, l’insistenza di questo demone affinchè il giovane si lasci infine dominare dalla sua natura malvagia. Solo l’intervento di Bianco salverà Nero dalla discesa definitiva verso l’oscurità, permetterà la sconfitta del Serpente, e il tanto agognato ritorno alla serenità iniziale per i due fratelli.

Consiglio quindi a tutti la visione di questo anime dal tono estremamente profondo e nostalgico. Personalmente mi rivedo moltissimo nel personaggio del Topo, un personaggio così poco incline all’adattamento e alla separazione dal proprio passato tanto da accettare serenamente il proprio trapasso, dopo aver preso coscienza del cambiamento che ha subito il suo mondo, che senza alcun rimpianto non si è degnato di aspettarlo.

ich-enzig

, , , , , , , ,

Bene, inauguriamo il blog con un articolo appartenente ad una categoria a cui tengo molto, ossia la categoria delle “Pillole”. In questa categoria troverete articoli dedicati a quelle opere fumettistiche che pur non essendo di ampio respiro come potrebbero essere una graphic novel o una serie, riescono nel loro piccolo a divertire, appassionare e magari anche ad insegnare qualcosa.

Non si tratta di una scelta casuale quella di iniziare con un’opera probabilmente poco conosciuta (nonostante appartenga ad un brand di livello mondiale), ma è un modo per tracciare una linea guida per il futuro di questo blog, che vuole essere attento soprattutto a promuovere le opere che godono di scarsa visibilità e che invece a mio parere meriterebbero più spazio e maggiori lettori, e quindi, si spera, estimatori.

Spider-Man : Il Libro dei Vishanti

Soggetto/Sceneggiatura : Denny O’Neil, Frank Miller

Matite : Frank Miller

Chine : Tom Palmer

Colori : Ben Sean

Pubblicato da/in : “The Amazing Spider-Man Annual” n. 14 (1980)

Dove l’ho letto : Spider-Man : Le storie indimenticabili n. 25

Valutazione :

Clicca sull’immagine per ingrandire

Avrete immediatamente notato che “Il Libro dei Vishanti” porta, fra le altre, l’importante firma di Frank Miller, che noi tutti conosciamo grazie a ben altre opere, eppure all’interno di questa mini-storia il disegnatore americano ci regala tavole a mio parere molto belle, come ad esempio la rappresentazione di un Greenwich Village sotto la pioggia scrosciante, col liquido che cola copioso dai tetti realizzato tanto bene che quasi mi veniva voglia di berlo, e subito dopo l’immagine del Dottor Strange, impegnato nella lettura di uno dei tomi che compongono la sua immensa biblioteca mistica, illuminato solamente dai lampi frequenti di questa notte “buia e tempestosa”. Si tratta di un modo di disegnare inconfondibile, che possiede una personalità impossibile da ignorare, e ti fà subito esclamare “E’ Miller!”, o che per lo meno ti costringe a tornare ai titoli di testa perchè “questo tipo di disegno non mi è nuovo”.

Anche la storia fà la sua bella figura : il nostro Peter Parker dovrà vedersela con un’accoppiata niente male, formata dal Dottor Destino e dal potente demone Dormammu che, attraverso il loro servo Dilby (personaggio secondario a cui manca l’aspetto del classico cattivone), meditano di evocare la misteriosa “Piega Sinistra”, elemento il quale, una volta scatenato, potrebbe minacciare la sopravvivenza del mondo per come lo conosciamo.

Per portare a termine il loro piano, Destino e Dormammu decidono che il primo passo da fare è quello di rendere inoffensivo il Dottor Strange, il più potente esperto delle arti mistiche in circolazione, l’unico, secondo il sinistro duo, in grado di opporsi al loro disegno. Quest’ultimo viene colto di sorpresa e imprigionato, in atessa di essere offerto come sacrificio al potere della gemma che scatenerà la Piega Sinistra, ma, come spesso accade a Strange, prima di soccombere riesce a ricorrere alla sua magia : invia quindi un richiamo mistico a tutti coloro che potrebbero aiutarlo e, guardacaso, interviene il nostro Spidey, che dovrà rinunciare all’appuntamento con la bella e occhialuta Debbie per poter salvare il mondo (ehhh che questioni profonde, e che scelte difficili! :D )

Epica la striscia in cui Spider-Man, dopo una difficile lotta contro due gargoyles di pietra magicamente animati, viene duramente rimproverato dalla tipica vecchietta rompiscatole per il rumore causato dallo scontro. La risposta del nostro eroe è una bella spruzzata di ragnatela a sigillare la bocca della disturbatrice, una firma che chiude in modo classico ma efficace, la piccola parentesi comica all’interno di questa storia dai temi apparentemente seri.

Il finale ve lo lascio immaginare perchè è facilmente intuibile, dopotutto, se siamo ancora vivi significa che la Piega Sinistra non è ancora stata messa in atto e che quindi possiamo dormire sonni tranquilli fino al prossimo cataclisma mistico…

“Per le irsute schiere di Hoggoth!” (cit.)

Non sono lampi quelli che scorgo fuori dalla mia finestra? °_°

ich-einzig

, , , ,